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Genova per me
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Autore Messaggio
catia








Registrato: 29/03/06 09:31
Messaggi: 727
catia is offline 






MessaggioInviato: Mar Gen 13, 2009 2:11 pm    Oggetto:  Genova per me
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Dedicato a Federica

Partiamo più tardi del previsto, così a fine viaggio è già sera. Abbiamo attraversato il verde degli ulivi e lo scuro delle forre, grigio di rocce interrotto dal saluto del mare lontano. Usciamo a Nervi per portare le bambine al parco, dove gli scoiattoli vengono a prendere le noci dalle mani dei visitatori. Forse è tardi per gli scoiattoli, ma decidiamo di andare lo stesso. Fortunatamente: per raggiungere il parco percorriamo la passeggiata a mare di Nervi e così ci godiamo il piacere di una sorpresa imprevista.
Ci scambiamo uno sguardo di fronte al tramonto. Le parole non servono e comunque non ne troveremmo di buone. C’è questo mare arruffato dal vento, e l’aria dolce appena un po’ piccante di freddo. Gli scogli che emergono dalla spuma. In fondo il sole si scioglie nell’acqua arrossando il cielo. Adolescenti avvinghiati nei loro bisbigli. Un venditore ambulante ripone le sue borse parlando a una signora con la cantilena portoghese che suona da queste parti. Si fa scuro, sempre più. Quando le prime stelle si accendono insieme alle luci delle barche, non sai più chi sia fra il mare e il cielo a specchiarsi nell’altro. Riprendiamo il viaggio; alle spalle luminarie natalizie che non riescono a guastare la dolcezza giallognola delle vecchie vetrine di Nervi.
Raggiungiamo l’albergo, il tempo di riposare e poi usciamo per cena. In autobus, malgrado il vento gelido. Le facce sugli autobus sono ovunque le stesse. Raccontano storie di levate all’alba, caffè silenziosi e fatica lunga, che alla sera ti fa poggiare la testa al finestrino col bavero alzato a sognare lontano, in una casa e in una lingua straniere. Il ristorante che cerchiamo è chiuso. Lo dice un biglietto e ce lo ripete due o tre volte un drogato seduto sul cofano di una macchina. Vuole essere gentile, ci indica un ristorante aperto proprio all’angolo. Mi tornano in mente le parole di chi ci avvisava ‘Genova è piena di tossici e prostitute ...’, ma quale città non lo è. Una signora chiede al drogato se abbia intenzione di dormire sul suo pianerottolo. Come se fosse normale avere gente che ti dorme sulla soglia di casa. Me la immagino al mattino uscire dal portone alzando bene una gamba dopo l’altra per scavalcare l’ ospite senza dargli fastidio.
Dopo cena troviamo subito l’autobus per tornare in albergo. Potremmo scendere alla terza fermata, ma scegliamo quella dopo. E ci troviamo accanto a un edificio abbandonato, nel bel mezzo del ‘passeggio’ di poche prostitute. Ne ho compassione, immaginando quali morsi debba riservare alle loro cosce esposte il freddo che rende inutile il mio infagottamento.
Il mattino dopo la tramontana ci accompagna fino all’
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. L’effetto delle vacanze scolastiche è misurabile dalla quantità di famiglie accodate in biglietteria. Più i bambini sono piccoli, più somigliano all’omino Michelin per la quantità di stoffa in cui sono avvolti e che gli impedisce quasi i movimenti.
La sala introduttiva mi cattura subito: un grande plastico in polistirolo rappresenta il fondale del Pacifico, come lo vedremmo se per magia togliessimo tutta l’acqua. Valli, monti, canyon ... l’altra faccia della Terra. Sulla parete opposta una bocca di squalo in resina a grandezza naturale( e TUTTI, mica solo i bambini, a farsi la foto con la testa dentro le fauci) e un primo acquario con i pesci del mediterraneo.
Mentre spiego alle bambine quello che stanno vedendo, mi sento la coscienza sporca per tutti i fratelli di questi pesci che sono passati per le mie padelle. Le vasche successive saranno un crescendo di emozioni.
Da bambina volevo fare l’etologa. Passare la vita a guardare gli animali nel loro ambiente. Nel loro ambiente. Ecco il punto. Provo una specie di disagio pensando a quanto piccole siano queste enormi vasche in confronto al mare che spetterebbe ai loro ospiti. Almeno qui sono al sicuro, protetti. Ipocrita consolazione che si scioglie di fronte alla vasca dei delfini. È la più affollata di gente, insieme a quella dei pinguini. E la meno abitata: i delfini sono solo due, Achille e la sua mamma Bonnie. Giocano fra loro, scherzano. Hanno questo muso piegato in un sorriso forzato che mi fa impressione. Poi Achille si avvicina, si alza in verticale e sorride per davvero, a bocca aperta. Penso a quanto sia distante il mare dalle sue corse obbligate dentro questo vetro, quanto uguali i suoi giorni e quanto poca la compagnia per questo animale che si vuole sia il simbolo dell’amicizia. Arriva mia figlia a salvarmi dalla commozione che mi ha già preso alla gola.
Secondo la guida la visita all’ Acquario dura circa due ore: ci siamo restati per tre e mi sono sembrate poche. Usciamo, preferendo affrontare la tramontana piuttosto che l’affollatissimo punto ristoro nell’Acquario. Mangiamo focaccia al riparo dal vento, seduti in compagnia di turisti, studenti e lavoratori stranieri in pausa pranzo.
Ci dirigiamo verso Palazzo Ducale passando per stradine in cui si affastellano i negozi più disparati. Generi alimentari con il bancone a livello cliente (come erano una volta, prima che arrivassero i supermercati a mettere le mortadelle in scaffali iperuranii), mercerie stipatissime di cianfrusaglie accatastate precariamente fino alla vetrina, minuscole macellerie. Di tanto in tanto, studi commerciali e finanziarie in uffici da due metri per due, con le vetrate grandi da call center. Uno fra tutti: piastrelle bianche da barbiere e un signore baffuto seduto alla scrivania; un appendiabiti e due sedie spaiate a completare l’arredo dell’ufficio più essenziale mai visto.
Palazzo Ducale ospita la
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. Arriviamo all’ora di pranzo, così non c’è molta fila. Alla biglietteria ci dicono che la media delle visite, alla terza giornata di apertura, è di oltre mille persone al giorno. È un allestimento multimediale che permette di accedere a interviste relative alle opere e alla vita di De Andrè in modo interattivo: basta poggiare un disco o una fotografia dove indicato e vengono attivati i materiali video associati. ‘Creuza de ma’ è il più selezionato, ma essendo tutto in lingua genovese non poteva che essere così, almeno qui. Sono esposti alcuni oggetti ‘di scena’: la giacca, la sedia, il microfono e il posacenere usati durante i concerti; altri più intimi: lettere, appunti, pagelle di scuola che mi fanno allontanare lo sguardo per l’imbarazzo: trovo quasi osceno mettere in vista quanto lui, così riservato, non ha potuto decidere di pubblicare. Su schermi trasparenti vengono proiettati filmati in cui De Andrè illustra il suo modo di vedere e sentire, con il linguaggio colto e raffinato che mi ha sempre affascinato. Nella sala dei tarocchi vengono proiettati brani di canzoni i cui personaggi sono rappresentati da mimi, ballerini e funamboli. Più tardi Enrico mi aiuterà a riconoscere ne ‘Il Fannullone’ un funambolo che vedemmo insieme a Pennabilli, al festival degli artisti di strada. Sorrido dentro per come i fili delle nostre storie trovino sempre il modo di allacciarsi da soli, regalando belle sorprese come questa. Aggirandomi per le stanze della mostra ritrovo sugli schermi le stesse facce accartocciate da vino e fatica che ho incontrato per strada, raccontati con misericordia di musica e poesia. E’ un percorso nella vita di un artista e nelle strade della sua città, così alla fine si comprende un po’ meglio sia l’uno che l’altra. E viene voglia di immergersi ancora in entrambi. Esco dalla mostra col magone, perchè di intelligenze e sensibilità come quelle di De Andrè non ne verranno più fuori per un pezzo. La fila all’ingresso attraversa una larga parte della piazza: il freddo è micidiale, ma i genovesi (e non solo loro) continueranno a mettersi in coda ancora a migliaia nei giorni successivi. Evitiamo la strada principale, troppo battuta dal vento, infilandoci nei vicoli retrostanti. Vicoli stretti, attraversati da odori e suoni più che da persone. Si aprono incroci all’improvviso, colorati di luci e chiacchiere a voce alta: poi di nuovo il buio di un passaggio stretto. Guidati dall’infallibile senso di orientamento di Enrico, ci perdiamo. Chiediamo informazioni a un passante che ci accompagna per un lungo tratto di strada, spiegandoci che il posto in cui siamo finiti è uno dei più malfamati della zona. A me non era parso tanto male, certo qualche boccadirosa e qualche tipostrano li avremo incrociati, ma ci saranno sembrati solo figli, vittime di questo mondo.
Torniamo di fronte all’ Acquario, dove è parcheggiata la macchina. La nostra visita è terminata: se non ci fosse stato il vento gelido a impedirlo, avremmo continuato a passeggiare per le vie della città. Mentre ci allontaniamo cerco dal finestrino le strade non percorse, le facciate dei palazzi che non abbiamo visitato. Mi piacerebbe tornare col tempo buono e lungo abbastanza da girare dappertutto. E siccome ‘Chi guarda Genova sappia che Genova/ si vede solo dal mare’ la prossima volta vorrei arrivare in nave, come sarebbe meglio quando si visitano città portuali.
O in treno, per la gioia di farmi sorprendere nel vedere ‘dietro una curva, improvvisamente, il mare’.
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MessaggioInviato: Mar Gen 13, 2009 2:11 pm    Oggetto: Adv






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gwenog








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Località: Genova
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MessaggioInviato: Dom Gen 18, 2009 11:06 am    Oggetto:  
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Grazie catia, sei un tesoro.
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heygio







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Registrato: 21/04/06 17:43
Messaggi: 334
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Località: Mirabella Eclano
Interessi: niente e nessuno...sono morto
Impiego: fanculista
Sito web: http://www.myspace.com...

MessaggioInviato: Gio Gen 22, 2009 4:51 pm    Oggetto:  
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Genova è bellissima..e hai dimenticato il lungo mare de Andrè e la vista della lanterna come per dire 'guarda io ti illumino i sogni tu sussurali'
Grazie Catia per l'immagine stupenda di Genova che hai descritto... Smile

_________________
Sono una foglia che si stacca dal ramo...sono soltanto polvere in questo mare di gente...sono soltanto morto e invisibile
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