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Tema: Le mie vacanze. Svolgimento ...

 
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Io scrivo così, e tu?
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catia




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MessaggioInviato: Sab Lug 26, 2008 11:12 am    Oggetto: Tema: Le mie vacanze. Svolgimento ... Rispondi citando

Odore di gesso e inchiostro. Il primo tema che ti toccava scrivere alle elementari, ogni anno al rientro dalle vacanze. A me piaceva ascoltare i compagni che li leggevano ad alta voce. Si componeva una geografia fantastica, pezzi di mare e montagna accoppiati nei banchi. Città sconosciute, con echi per me esotici: Lignano Sabbiadoro, la Val Gardena, Vieste sul Gargano, Ponte Chiasso. Io al massimo arrivavo a Rimini e già era un mondo a sè, con pane e lingua propri.
Vi propongo di raccontare, come allora, le nostre vacanze. Quelle fatte o future, preparate o rinunciate.
Ricordate. Una fetta di ferie, spessa un giorno o quindici. Dieci minuti o un secondo, il tempo che uno sguardo ci mette a non farsi scordare più.
Certo non è il massimo dell’originalità. Ma lo svolgimento di un tema banale può risolversi in piccole perle.
Come questa qui.



Tutti al mare - Virginiana Miller (Gelaterie Sconsacrate)
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MessaggioInviato: Sab Lug 26, 2008 11:12 am    Oggetto: Adv



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...blu...




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MessaggioInviato: Lun Lug 28, 2008 9:57 pm    Oggetto: Rispondi citando

Cara Maestra Catia,
quest'hanno per le vacanze avrò a disposizione solo due settimane che sono l'ultima di luglio e la prima di settembre. O voluto io così perchè siccome che abito sul mare, cioè non che ciò la casa sopra il mare comme le palafitte dei primitivi o di certi australiani ma che il paese mio è in riva al mare, ecco e siccome, come dicevo, abito sul mare ho voluto scegliere di fare le vacanze una prima e una dopo per spezzare come dicono i miei compagni di banco che però la vacanza la fanno tutti a agosto e poi tornano arrabbiati perchè dove vanno ci stanno sempre "troppa gente", "troppe file", "troppi prezzi alti" e a me mi sembrano più stanchi di prima. Apparte Lucio che Lucio è quello che ci sta inogni classe che tira fuori sempre "il coniglio dal cilindro" come dice lui, e va sui posti che quello che lavora alla sala giochi chiama "alternativi". E però a me sto Lucio mi sta veramente simpatico e mi sono fatto consigliare e lui mi ha detto "a ragazzì perchè non vai a fatte un giro a Stoccolma visto che quà fa così caldo, eppoi ai vsto mai che te capita la serata della sagra della patata". Ora in effetti quà per essere caldo è caldo e a me i paesi dei vichinghi e degli unni e dei goti e di tutti i barbari mi sono sempre piaciuti a storia e allora mi sono detto "vabbè a sto punto ci vado, e se anche non becco sta sagra della patata pazienza, ne fanno tante anche al paese mio di sagre!". Insomma quello che le volevo dire e che per questa settimana il tema non ce la faccio a farlo ma però per la settimana prossima le consegnerò quello che parla di Stoccolma. Buona settimana. Marco.
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gwenog




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MessaggioInviato: Gio Lug 31, 2008 10:54 am    Oggetto: Rispondi citando

Cara Maestra Catia,
da un paio d'anni non vado in vacanza perché due anni fa ho subito uno shock vacanziero.
Complici la disastrosa fine di una disastrosa storia, una gran stanchezza e una piccola vincita al superenalotto che ha coperto circa la metà della spesa, mi sono fatta convincere da un'amica ad andare in Grecia con lei.
Tanto per cominciare, ha deciso tutto lei: ha deciso Creta, ha deciso l'albergo, ha deciso di partire da Bologna per mantenere lo stesso tour operator con cui era andata a Ibiza l'anno prima quando c'era un volo direttamente da Genova che avrebbe semplificato le cose (nonsense)... Come provavo a dire la mia, lei cominciava a spazientirsi e poi imbestialirsi. Non avevo voglia di litigare, volevo solo mare sole abbronzatura lettino escursioni.
A Bologna ci ha accompagnato suo padre in macchina (viaggio allucinante: è l'uomo più nervoso e insopportabile che abbia mai incontrato... continuava a dire che avremmo perso l'aereo), lei soffre l'aereo per cui durante decollo e atterraggio ha offerto siparietti agghiaccianti (ai livelli di "tienimi la mano" e anche peggio) e una volta a Creta sembrava geneticamente votata al sabotaggio delle mie giornate in spiaggia: per esempio, durante un'escursione avevamo due ore di tempo per andare in una spiaggia meravigliosa e lei me ne ha fatta perdere una intera perché ha voluto mangiare una pizza in un locale (con tutto il rispetto per i greci, io la pizza me la mangio a casa, vuoi mettere?) oppure, di ritorno da un'altra escursione, potevamo goderci le ore più belle del pomeriggio per rilassarci un po' al sole e lei ha voluto chiacchierare con l'organizzatrice (che tra l'altro non sopportava nemmeno!).
Prendere il sole è un'arte e, modestamente, nella mia famiglia siamo professionisti Wink . Le ho detto più volte, prima di partire, che se non prendeva un po' di sole (è l'unica genovese che conosco che non ama il mare Rolling Eyes ) ad agosto nelle isole rischiava grosso. Mi sono sentita dire: "me lo hai detto tante volte che sembra quasi che sia tu a volere che mi scotti". Quanti anni hai, sei? No, perché solo in prima elementare mi sono sentita dire cose del genere, da quell'antipatica dell'Enrica che ce l'aveva sempre con me. L'anno prima si era comprata una protezione 15 e le bastava quella; le ho detto che ci voleva almeno una 30 e ho soprasseduto sul fatto che molti dicono che da un anno all'altro le creme perdono fattore protettivo, più che altro per non sentire un'eventuale risposta acida. Si è spellata TUTTA la schiena e, al mio te-l'avevo-detto, mi ha risposto che è un peeling naturale (???). Non c'era speranza, così ho lasciato stare.
Al ritorno si è sentita male all'aeroporto (ha mangiato un panino che sembrava di plastica; io, schifezza per schifezza, ho preso patatine e un mars) e mi ha chiesto i sali minerali che tanto aveva ridicolizzato quando organizzavo un minimo di copertura "sanitaria" per le evenienze. In aereo, le hostess le hanno dato una camomilla che, in fase di decollo, mi ha mollato in mano e ovviamente mi è finita sui pantaloni. Quando hanno portato i cestini per il pranzo, mi ha detto "mangia pure", ma poi ha cominciato a far smorfie dicendo che le dava fastidio anche solo l'odore! Insomma, ho tenuto una crostatina da mangiare alla sua ennesima visita alla toilette.
Fortuna che all'aereoporto c'era anche sua madre (con cui ho chiacchierato tutto il tempo). Come l'ha vista ha capito che
1) stava male (tra l'altro, saltò fuori che si era sentita male anche l'anno prima)
2) era ingrassata (consiglio: la cucina greca è piena di spezie, da evitare)
3) le ha visto la schiena e giù botte di cretina!
Forse sono cattiva, maestra, però quello è stato il momento in cui ho finalmente cominciato a rilassarmi.
Io - al di là dell'ulteriore stress accumulato con lei - stavo abbastanza bene. Vabbè, anch'io avevo preso qualche chilo (l'unica volta in vita mia che sono ingrassata in ferie) e non ero abbastanza abbronzata per i miei gusti (una professionista della tintarella che va in Grecia deve tornare con un colore da paura!), però avevo un bel colore dorato.
In più, tutte le schifezze che aveva mangiato sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle intolleranze alimentari che le sono venute l'inverno successivo. Sentendosi male nei locali pubblici, ha cominciato a soffrire di attacchi di panico e da quel momento non è più uscita nemmeno per un cinema o un teatro... tutti i luoghi pubblici al chiuso erano banditi.
L'anno scorso, non potendo andare (secondo lei) in nessun albergo, ha optato per un residence nella riviera di ponente e mi ha chiesto di andare con lei.
Scema sì, recidiva no.
Sono andata a trovarla un giorno e ho passato proprio una bella giornata al mare, ma di più con lei non è possibile: è quel genere di persona passivo-aggressiva che alla lunga comincia a fare i capricci se non fai come vuoi tu.
Insomma, da allora non sono più andata in ferie (soprattutto perché ho avuto molto da fare). Però, non è un problema perché come il mio compagno Marco abito sul mare e quando ho tempo ci metto venti minuti ad arrivare in spiaggia. Così mi abbronzo come piace a me e ogni tanto scrocco pure il lettino della vicina d'ombrellone.
Mi spiace per la mia amica, non è bello stare così male... però, a parte il suo caratteraccio, c'è qualcosa di patologico se una persona, in ferie, si sente male nel momento in cui deve tornare a casa, no? Che poi, anche se sono finite le ferie e uno deve tornare a lavorare, è bello quando arrivi e devi fare delle mega lavatrici e stendi i panni per due giorni... e poi devi raccontare tutto quello che è successo e dove sei stata e cosa hai visto. E devi sviluppare le foto! Ed è un po' come rivivere la vacanza, no?
Ma forse ci sono persone che non si godono questi momenti perché non gli sanno dare la giusta importanza.
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Sharie



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MessaggioInviato: Gio Lug 31, 2008 10:44 pm    Oggetto: Rispondi citando

L'estate a Palermo inizia a maggio quando il cielo diventa sempre più terso e nell'aria si diffonde un odore dolciastro di crema abbronzante. Il sole, più forte, picchiando su persone, animali, piante e costruzioni cambia ogni aspetto. La città si spoglia, indossando la veste estiva. Palme, granite, l'acqua azzurra di Mondello, le tendopoli a Vergine Maria, la Santuzza, lo street food e le chiacchiere fino a notte fonda. E' questa l'estate di una città festaiola.

Per me le vacanze sono sempre state importanti. Erano un momento di aggregazione. Dopo un anno ritrovavo i miei genitori, non guardavo la tv e leggevo tantissimi libri.
Nell'agosto del 90 è nato mio fratello. Il primo anno senza vacanze. Mio padre usciva dall'ufficio e mi portava a mare. Durante quell'estate imparai ad immergermi con la maschera e le pinne.
L'anno successivo comprammo il camper: l'Europa è stata la meta di molti viaggi. Ci siamo nutriti di visioni, di cibi, di lingue, di monete, di foto, di incontri.

Le ultime vacanze sono state le più belle: viaggi condivisi con la persona che amo in due città che per me rappresentano tanto: Parigi (che rivista insieme a lui aveva un altro aspetto) e Vienna.

Questa estate assistiamo allo svuotamento della nostra città, oltre che a quello della mia stanza, ormai non estranea ai miei esodi. Impacchettiamo la vita, pronti a partire insieme per una terra lontana. Le nostre non saranno vacanze. Sarà una lotta contro il dolore. Eppure noi ci prenderemo per mano ancora.

Cara Maestra, mi sono abbandonata a considerazioni che popolano la mia testa. In attesa di un futuro immediato tutto da costruire ricordo con piacere il mio passato.

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fiodor




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MessaggioInviato: Ven Ago 01, 2008 5:08 pm    Oggetto: Rispondi citando

Cara maestra Catia,
in questo tema vorrei parlare delle vacanze che ho fatto un po` di anni fa.
In particolare, vorrei raccontare di un giorno di vacanza, il giorno del primo di agosto del 1988.
Mi sono svegliato presto, molto in anticipo sul necessario. Eh, sono fatto cosi`, agli appuntamenti arrivo sempre almeno dieci minuti prima. Questo, poi, e` importante: e` il mio primo giorno di lavoro!. Nella cittadina proprio al centro dell' Italia ci sono giunto ieri sera. Faceva caldo, nonostante la cittadina sia abbastanza alta, mi hanno detto che d'inverno nevica. Il fiume che ci passa in mezzo, e su cui la mia stanza d'albergo affaccia, aggiunge anche una dose abbondante di umidita`, che non mi fa prendere sonno. Ma forse e` che sono un po` teso. Colazione veloce, non devo appesantirmi. Arrivo in fabbrica ben venti minuti prima, faccio un giro perche` non voglio che pensino "ecco il novellino che si presenta quando siamo ancora chiusi", poi` pero` fa gia` molto caldo, e non voglio nemmeno mostrarmi tutto sudato nella mia giacca e cravatta d'ordinanza, cosi` entro e faccio chiamare il "capo". Si presenta un piccoletto tutto scatti e mezze parole, che subito mi porta a prendere il caffe` e intanto mitraglia fuori un sacco di cose sul lavoro e la squadra eccetera. Ho qualche difficolta` a stargli dietro, perche` parla troppo veloce, mangiandosi una parola ogni cinque, e anche perche` usa una quantita` industriale di acronimi, pero` non gli chiedo mai di ripetere e continuo ad annuire. Mi presenta in successione una decina di colleghi, di cui immediatamente dimentico il nome, quelle poche volte che lo capisco, e mi fa fare un giro velocissimo delle linee di produzione, del laboratorio, degli uffici, eccetera. Dopo un quarto d'ora appena siamo alla mia scrivania, dove mi abbandona, che ha tanto da fare, poverino. E adesso? Sono appena le nove meno un quarto, cosa faccio fino alle cinque del pomeriggio? Questo e` il mio primo giorno di lavoro, non ne so niente di cosa si fa veramente al lavoro, quando ero all' universita` me lo sono chiesto tante volte, ho sempre pensato che qualcuno me lo avrebbe detto al momento opportuno. Mi guardo in giro, tutti sembrano sapere cosa fare, cioe` per lo piu` niente, chiacchierano, prendono il caffe` eccetera. Vabbe`, almeno non sembra essere un ambiente stressante. La segretaria, impietosita, mi avvicina e mi spiega che in effetti la persona che e` incaricata del mio addestramente e` un fantomatico Attilio, di cui il piccoletto ha accennato una decina di volte in tre minuti, che pero` adesso e` a Singapore e rientra a fine mese. Insomma, a parte qualche telefonata ad Attilio, in questo mese di agosto mi devo un po` arrangiare. "D'altra parte", mi fa, "tu hai cominciato proprio il primo di agosto, quando praticamente tutti vanno in vacanza, cosa pretendi?". Sta` a vedere che e` pure colpa mia! A me non va di stare un mese pagato a far niente (e` che sono ancora un po` ingenuo!), ma sono appena sbucato dall'universita` e l'unica cosa che so fare e` studiare. Allora torno dal piccoletto e gli faccio: "senti, ma per cominciare, non ci sarebbe qualche libro da studiare?" e lui: "ecco, lo sapevo che non dovevo prendere i laureati!".
Comunque, cara maestra, questo, un po` speciale, si e` poi rivelato l'inizio di un bel mese di agosto, in cui mi sono dovuto inventare il lavoro da fare, in quella cittadina proprio al centro dell'Italia, al telefono con Attilio da Singapore, in quel 1988 purtroppo gia` cosi` lontano.

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heygio



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MessaggioInviato: Lun Ago 04, 2008 6:38 pm    Oggetto: Rispondi citando

Cara maestra, sono anni che non faccio una vacanza vera e propria con amici, ma proprio l'anno scorso sono andato per qualche giorno a genova da solo. Mica posso chiedere a qualche mio amico di accompagnarmi per quasi ottocento chilometri per vedere giocare la Sampdoria? Mica sono tutti folli come me? E quindi mi sono fatto quasi dieci ore di treno, ma quando vado a genova non mi pesa mai stare in treno da solo. E poi Genova è così bella, il suo porto antico che staresti ore a guardare la lanterna e a pensare ai tuoi sogni, ai tuoi progetti...i vicoli pieni di localini simpatici e poi lo stadio, quei giocatori che indossano quella stupenda casacca blucerchiata è sempre come tornare a casa.
E come dice una canzone dei Timoria "ritornerai come sempre a Genova"
e infatti ci sto per tornare e questa volta non solo per la Sampdoria, ma per far tornare dei sogni a splendere...

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Sharie



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MessaggioInviato: Mar Ago 05, 2008 9:49 am    Oggetto: Rispondi citando

Estate 1988. Per la prima volta ha varcato le frontiere italiane. In occasione del primo passaporto, o meglio della messa a carico della sottoscritta sul passaporto del papà, mia madre mi portò a fare delle fotografie in una macchinetta. Mi sentivo grande, specie quando con gli scatti restanti, io e mio padre iniziammo a fare le linguacce all'obiettivo.
Destinazione Jugoslavia. All'epoca nessuna guerra aveva ancora fatto piazza pulita sminuzzando in numerosi frammenti un paese meraviglioso. Avevamo una ritmo blu. Su uno dei finestrini mia madre aveva appiccicato un adesivo della pantera rosa. Nell'autoradio giravano sempre le cassette di "Mille e una volta". Io non transigevo: avrei fatto la buona in cambio delle audio-storie. Nel portabagli, insieme a borse e borsoni, c'era la nostra canadese. Si viaggiava così prima. Un modo economico che ci permetteva di restare fuori, intendo fuori dall'italia, un mese. Ferie permettendo.
Io avevo tre anni. Eppure, nonostante la mia condizione di straniera di un paese ricco, giocavo molto con i bambini che incontravo durante le nostre soste in campeggio. Ero molto piccola ma riuscivo a comunicare con loro pur parlando solo l'italiano. In quell'occasione conobbi una bambina più grande di me. Si chiamava Marion, aveva 5 anni. Era nata a Belgrado. Viveva con il padre e il fratello Alexander. Sua madre era morta. Marion mi ha spinta a nuotare senza braccioli.Mi ha insegnato ad avere fiducia in me, nel mare, in lei. Mi portava sul suo canotto, remava e parlava ininterrottamente. Voleva sapere come fosse l'Italia. Sognava l'Italia, diceva che si sarebbe trasferita a Roma da grande.
L'anno successivo Marion iniziò a scrivermi delle lettere: aveva iniziato a studiare inglese. Mio padre me le leggeva in Italiano e insieme le rispondevamo.
Poi è scoppiata la guerra. Marion ha smesso di scrivere. Le lettere tornavano indietro. Continuo a chiedermi se sia ancora viva. Eppure, nel mio cuore, non dimenticherò mai quella bambina nè la sua terra.
Avevo tre anni. E dopo vent'anni i miei ricordi sono rimasti nitidi. Non ho bisogno di trattenerli. Loro esistono dentro di me. Ed io non abbandono il sorriso di Marion.

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MessaggioInviato: Gio Ago 14, 2008 4:47 pm    Oggetto: Riflessi(oni) su Stoccolma Rispondi citando

Acqua. Intorno a me. Negli occhi e in tutti i respiri. La chiamano la Venezia del Nord e invece no. Stoccolma è la Stoccolma di Svezia. In quattro giorni, in quattro caldissimi giorni dove la temperatura era immobile sui ventotto gradi, me la sono navigata a piedi per le mie ferie di luglio. Tutte e quattordici le isole sulle quali riposa. Appena sceso dall’aereo, dopo essermi stupito per l’ennesima volta a ritrovarmi appiccicato all’oblò per guardare il mondo sotto, io che soffro di vertigini quando salgo su una scala o vedo una persona affacciata ad un balcone, dicevo, appena sceso mi sono infilato nel pullman in direzione Stoccolma centro e subito una natura forte e silenziosa mi osservava e stupiva da fuori i finestrini. Luglio e agosto è bassa stagione. Questo permette al mio portafogli di adagiarsi comodo all’interno della tasca destra dei miei bermuda verdi, i quali a loro volta possono permettersi di adagiarsi, quando non sono a spasso con me, in una stanza di un albergo a quattro stelle a mezza pensione per una cifra più che ragionevole. Una vecchia prigione nell’isola di Djugarden ristrutturata o un vecchio vascello erano ipotesi decisamente più suggestive ed economiche ma entrambi gli ostelli erano già pieni da tempo. Il primo giorno sono sempre le scarpe a guidare. Dodici ore a zonzo senza meta. Dodici ore durante le quali mi rendo conto dell’ideale sintonia tra natura e architettura, un abbraccio sincero e senza ipocrisia. Uno yin e yang che si respira per le strade. E sulle piste ciclabili che attraversano tutta la città, che gli svedesi sono si cordiali nel ricordarti coi loro campanelli che devi camminare un po’ più in là, ma hanno ancora quel “qualcosa” di vichingo che erompe in tonanti “vai a cagare” in lingua indigena quando lo scampanellio non raggiunge l’esito sperato. Sotto i ponti del centro nel frattempo scivolano canoe singole, canoe doppie, motoscafi, pedalò, sciatori nautici e altra fauna anfibia. Pulita. L’acqua è pulita e calda. Camminando di continuo il piede perde in tonicità e freschezza e la vista, mia e del piede, della piccola spiaggia con ridenti bagnati mi apre il cuore. Tolgo le scarpe e con fare indifferente azzardo la vecchia danza del corteggiamento tra alluce e riva. Meraviglia. L’acqua è tiepida e in appena due secondi mi ritrovo immerso fino alle ginocchia emulo dell’uomo in ammollo del bio presto. Sono le sette di sera, tutti mangiano. Anche io. Salmone affumicato con riso a contorno e due salse non meglio identificate ma definirle gustose è il minimo. Dovrebbe essere un esemplare di “salmone-toro” vista la dimensione. La “fatica” ha richiesto l’ausilio di due pinte di birra bionda. Bevono molto gli svedesi è vero. Ma bevono pacatamente. Hanno una curiosa usanza per cui se si incontra lo sguardo di un'altra persona mentre si sta bevendo ci si deve fissare fino a fine sorso e poi urlare una sorta di "salute". Non lo sapevo. Vi lascio immaginare la prima volta che mi è successo! Le birre sono leggere e per i vini o i superalcolici bisogna entrare in appositi negozi che hanno un’apposita licenza. Passandoci davanti la prima volta ho capito da dove venivano fuori quei sacchetti viola tintinnanti che ragazzi e adulti portavano in giro per le vie. Di solito uscivo dall’albergo alle 8 e rientravo verso mezzanotte circa. L’igiene personale non subiva contraccolpi anche perché dal caffè, al ristorante, al museo e agli stessi bagni pubblici, tutti erano forniti dell’ordinato e pulitissimo necessaire per una rapida “messa in sesto”. E sia all’uscita che al rientro il sole era lo stesso, nel senso che nella stagione estiva le giornate si allungano particolarmente e più si sale di latitudine più tendono a durare di più. In genere la notte-notte durava dalle 23 alle 3 di mattina quando già cominciava ad albeggiare. Smorgasbord era l’urlo mattutino del mio intestino. Parola che si traduce in un ricco buffet che contempla yogurt, salsicce, dolci allo zenzero e crema, verdura di ogni foggia dal peperone al cetriolo, pane di segale, uova, pancetta, caffè, latte, succo di mela, succo di pomodoro, succo di quella cosa viola che non ho mai preso perché non riuscivo a capire cosa fosse ma alla ragazza giapponese piaceva tanto, te e altre derive dello scibile calorico. Per farla breve la loro giornata comincia con questo buffet che ognuno “addobba” a suo piacimento e ti permette di arrivare liscio liscio intorno alle tre o quattro di pomeriggio. L’ora esatta in cui gli svedesi si dedicano alla fika. Ebbro di malizia infilo questa parola che ho imparato a conoscere ed apprezzare nei caldi pomeriggi svedesi. La fika qui è una sorta di istituzione sociale ed indica una qualsiasi pausa nell’arco della giornata in cui si sorbisce del caffè accompagnato da una o più fette di dolci dalle fogge più disparate. La sua durata varia dai quindici minuti alle due ore in base a chi e dove ne usufruisce. I giorni successivi al primo ho deciso che le gambe potevano avere un po’ di riposo e alla modica cifra di 50 euro circa sono diventato possessore di una Stockholm Card la quale per tre giorni mi concedeva i privilegio di salire su autobus, tram, metropolitana (la Tunnelbana che in ogni stazione ha opere d’arte o affreschi murari a tema di giovani artisti) e traghetti gratis. Non solo. Nell’opuscolo allegato vengo a sapere che anche tutti i musei di Stoccolma mi si aprono d’incanto solo mostrando questa magica tesserina. Neanche la bacchetta di Mago Merlino. E salgo su tutti i mezzi. E mi visito ogni tipo di museo. Entro nel museo per bambini della scrittrice Astrid Lindgren, quella di Pippi Calzelunghe, della quale scopro che esistono una quantità enorme di favole e che molte delle quali sono tradotte in piccole ambientazioni a misura di bambini i quali le rivivono urlanti. Entro nell’acquario e sobbalzo mentre scatto la foto ai pesci tropicali nel momento in cui dall’angolo sbuca lo squalo e divento lo zimbello di due micro vichinghi immediatamente mandati a quel paese, ma sorridendo che non si sa mai. Il Vaasamuseum, l’orgoglio svedese, un vecchio enorme vascello da guerra voluto nel 1600 dal re Gustavo Adolfo e ornato da fregi raffiguranti mostri marini e imperatori dei tempi passati, un’opera maestosa che si apprestava a solcare e perpetuare la gloria navale scandinava, senonchè affondo appena varata. Lo sgomento di quel giorno lontano si è tramutato in orgoglio nel 1960 quando la nave fu ritrovata nei fondali, riportata alla luce e restaurata in tutto il suo splendore. Si respirano tutti i 300 anni della sua costruzione e del suo recupero in questa enorme struttura con luci basse e le riproduzioni della vita a bordo che la circondano. E ancora il National Museum con tutto quanto è “Svezia” dal design, all’arredamento, ai prodotti in legno, ai quadri, alle sculture, alla sezione delle tavole imbandite (già), il Nordiska Museum, il museo della tecnica, il museo del tabacco, il museo delle armi, il museo degli alcolici, quello delle scienze naturali, quello della musica vera manna per bambini e ragazzi che possono utilizzare strumenti reali e altri creati con gli oggetti di tutti i giorni. Le bellezze esotiche del museo etnografico con tutti i reperti degli esploratori svedesi in giro per il mondo e che ha all’interno il world food restaurant dove gustare piatti e birre di ogni parte del mondo. Tutti gli interrogativi che ho in testa dopo la visita al museo di arte moderna. E lo Skansen. Il primo museo all’aperto. Una sterminata porzione di verde dove sono state trasportate o ricostruite perfettamente tutte le abitazioni della Svezia dalla preistoria ad oggi e di tutte le latitudini del paese scandinavo. Lo stupore aumenta quando mi accorgo che in ogni abitazione, in ogni capanna lappone, nell’officina del 1900, nel negozio del fornaio, non solo tutto è arredato ma è presente almeno un figurante vestito con l’opportuno abito e che narra il suo quotidiano. A margine tutta la fauna scandinava nei suoi ambienti naturali. L’acqua, il sole e i loro riflessi erano il filo rosso che allacciava tutti i miei spostamenti. Non so se dipendesse dalla colazione mattutina o dalla fika ma non mi sono mai sentito stanco. Anzi. Pacioso. Aiutato dalla serenità delle persone intorno. Il mio inglese da sopravvivenza mi ha consentito di parlare non solo con camerieri o cameriere ma anche con gente incontrata per strada a cui ho chiesto o che mi chiedeva (si si) informazioni, con il ragazzo irakeno che vende gli hot dog svedesi al chioschetto, questi salsicciotti di carne lunghi 20/30 centimetri adagiati su un piccolo panino di 6 centimetri al massimo ricopribile con deliziosa granella di cotica. Ho incontrato molti italiani. Ho incontrato molte coppie di italiani. Ho incontrato molte coppie di omosessuali italiani, chè in questa settimana qui c’è l’Europride e a ricordarlo le bandiere coi colori dell’arcobaleno piantate ovunque. Una tolleranza incuriosita e sorridente quella che ho sentito. Piacevole. In definitiva oltre a non poter chiaramente riportare tutto quello che ho “sentito” in questi quattro giorni, credo non esista un aggettivo preciso per quello spirito che mi ha accompagnato per le strade di Stoccolma. Piccole e mutevoli parti di me che venivano fuori e reagivano in base al dove, all’acqua circostanze, alle persone che sfioravo, odori e sapori. Dal chiasso goliardico degli ambulanti del mercato di Hotorget davanti al palazzo dove si consegnano i Premi Nobel al naturale silenzio dell’isola di Djugarden piena di gente che corre, nuota, pagaia, legge, dorme o riflette sulle panchine. Non so cosa mi aspettassi, ma non me l’aspettavo così. Stoccolma mi è apparsa per quella che è. Io sono riuscito a viverla per come sono.

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MessaggioInviato: Dom Ago 17, 2008 7:25 pm    Oggetto: Erfud Rispondi citando

Al sud del Marocco c’è un basso paesone, scartato giusto sul confine del deserto del Sahara, il quale poi si allunga nella Mauritania, e attira gli amanti delle jeep e i gli enduristi che vogliono vincere la sfida col deserto. È un posto di case tutte basse e del colore della sabbia che ti fa sentire perso prima ancora di entrare nel deserto, quello vero, che non ho altre parole per descrivere, diverse da "affascinante incubo". Io arrivo lì con un’incazzata elaborata Honda XR da gara, con un carburatore Mikuni da quarantuno, invece che da trentasei (getto del massimo), un doppio scarico in titanio della LeoVinci tutto aperto che, quando arrivo, la gente guarda in alto, canna d’alluminio cromata invece che in ghisa, manubrio in Avional come sui Jet d’ultima generazione, pignone grosso da ripresa e corona in Ergal da cinquantaquattro denti, Gomme GaraCross con camera rinforzata antiforature (le mousse non le avevano ancora inventate), filtro aria della K&N così largo che ci potevo mettere dentro un chilo di fumo e avrebbe funzionato lo stesso, forcelle maggiorate e ammortizzatore potenziato, faretto piccolo americano, pedane allargate per non spezzare la pianta dei piedi dopo i salti alti e decals sul serbatoio che vantavano le modifiche fatte a una bestia che, già di serie, costringeva metà degli acquirenti a regalarla, ammaccata, al chirurgo che li doveva operare il giorno dopo. Dicevo, che arrivavo con un ghigno di soddisfazione sui denti inscuriti dai sipsy di kife della montagna, con dietro la mia compagna, che non vuole che faccio nomi perché si vergogna, pronto ad umiliarlo, sto deserto del cazzo. A Erfud dormo poco in un hotel che mi terrà lo scarso bagaglio il giorno dopo, quando gli farò vedere alle dune chi sono io. Alla mattina presto sono a cavallo del bolide, con mia moglie dietro che mi estorce gli ultimi giuramenti sulla prudenza da tenere. Io ho ventisei vecchie fratture fatte sul duro che scalpitano per vendicarsi, approfittando dell’indifesa e morbida sabbia...
Scatto deciso sulla pista di toule ondulé alto trenta centimetri, che ti obbliga a gasare sui cento all’ora per non smontare la moto e mia moglie, che il deserto non l’ha visto e manco sentito perché l’ha attraversato a occhi chiusi e tra le urla... Seguo, come fan tutti, i pali del telegrafo, finché arrivo alla prima oasi (se vogliamo così chiamare uno squallido gruppo di case che segnava la fine degli stessi pali). Beviamo un’aranciata che sudiamo prima che arrivi allo stomaco e c’inoltriamo nel deserto, quello vero, senza pali a indicarti la strada. Chi crede che non ci si possa perdere perché c’è la pista segnata, non conosce la creatività dei camionisti marocchini che, per non spaccare i loro mezzi, tracciano continuamente nuove e diverse piste per evitare le spaccature infide piene di fesh-fesh (sabbia finissima e instabile), che si formano per la legge che vuole l’eccezione sposare la regola. Io faccio lo stesso e abbandono la pista cattiva, sperando nella misericordia di un Padreterno col quale le mie plurifratture dicevano avessi un credito. Comincia così la montagna russa delle dune. Minchia che paura. La velocità va mantenuta alta, e col passeggero (che urlava) non potevo guidare in piedi. A un tratto, in una vertiginosa discesa, presa a ottanta all’ora, noto che giusto alla fine c’è un canale scavato pieno di sabbia fine... l’insieme di ingranaggi, gomme e scarichi comincia a cambiare il timbro incazzato e ruggente del motore in un urlo di terrore che i freni non possono rallentare. Si spegne, infine, nel tonfo sordo dell’impatto, che ci ribalta in una sabbia morbida solo all’apparenza. Mi alzo frastornato e, ignorando mia moglie a terra svenuta, corro a controllare il cerchione davanti il quale, grazie al credito col Creatore, era riuscito a sfondare il bordo di sabbia del canale senza acciaccarsi. La moto, dopo una raddrizzata qua e là, ci riporta a Erfud alla stessa obbligata andatura dell’andata, con mia moglie che urlava, ma molto più incazzata. Dopo un centinaio di chilometri, tutti uguali, mi fermo a un distributore di benzina, vicino alla cittadina, e noto una Suzuki incattivita appoggiata al muro. Chiedo al benzinaio di chi è, ché non vedevo nessuno in giro... Lui mi dice che era di una francese morta la mattina sulla pista che avevamo appena percorso, e che anche uno spagnolo ci aveva rimesso una gamba, qualche ora più tardi della francese. Scopro infine, di seguito, che a Erfud c’è un corpo di polizia, specializzato, che tutte le sere si addentra nel deserto alla ricerca dei dispersi, con camion e jeep, e che negli hotel è obbligatorio comunicare la decisione di addentrarsi tra le dune che i marocchini considerano una delle forme più imbecilli di suicidio, adatta ai mollicci abitanti che odorano di gallina bagnata, del nord del mondo.

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catia




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MessaggioInviato: Lun Set 08, 2008 11:25 pm    Oggetto: Rispondi citando

Bentornati, ragazzi.
'Cara maestra Catia' mi ha fatto sorridere. Ma il mio posto è fra i banchi, come dimostra quanto segue.



Ho scoperto la Sicilia nel ’92, facendo visita alle amiche dell’università. Ne sono rimasta affascinata e più tardi ho contagiato anche mio marito. Quest’anno ci siamo tornati per la quinta volta, muovendoci intorno a Siracusa. Mi piacerebbe mostrarvi i colori che abbiamo attraversato. Il giallo della terra secca nasconde il segreto della falda e alimenta il verde luminoso dei limoni o glauco degli ulivi, che con esso finisce sui piatti di ceramica insieme al blu del mare e del cielo. Ma questi sono lavori da fotografo e a me le foto non vengono mai bene. Piuttosto mi porto attaccate le storie, come pagliuzze finite nelle tasche e nei risvolti dei pantaloni.
I racconti di Gaspare, dopo cena. Dormiamo in quella che era la casa dei lavoranti della sue terre dal XV al XIX secolo. Parlano della Storia che inevitabilmente s’è intrecciata con la storia della sua famiglia, non nobile ma influente. Lo sbarco degli alleati lì vicino, a Cassibile. Entrarono nel cortile di casa sua e nessuno capiva chi fossero, che lì non s’erano mai visti nemmeno i tedeschi. Poi piazzarono le mitragliatrici e i bambini smisero di canzonarli.
Gaspare ci versa lo zibibbo nei bicchieri da acqua, alla faccia della tirchieria della consuocera che propone i bicchierini di plastica, quelli da caffè. Assistiamo divertiti e imbarazzati al teatrino di lei che passa con i bicchierini e lui che mesce generoso,vuotando una bottiglia sana ogni sera. Resistenza umana. Da baciarlo in fronte, grandioso vecchio.
Le storie non arrivano solo dagli uomini. Qualunque cosa guardi è interessante sia esteticamente che artisticamente , ma per me il fascino maggiore nasce da quanto racconta del suo passato e delle vite che le sono girate intorno.
La prima tappa è Siracusa, o meglio Ortigia che ne è il cuore gonfio di nostalgia.
Le colonne interne al
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sono lì da quando erano dedicate ad Athena. Oggi come allora offrono un sostegno a chi si appoggia al cielo per sopportare la Terra. Millenni di preghiere risuonate davanti a queste stesse pietre di cui mi riempio gli occhi. Vertiginoso.
Di fronte al Duomo c’è il
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. Linee austere impreziosite dal barocco siciliano, molto diverso da quello opulento di Roma. Le statue che dovevano occupare le nicchie non furono mai realizzate per improvvisa morte dello scultore Gregorio Tedeschi (pace all’anima sua). Io però non ne sento la mancanza. Mi basta l’impegno degli artigiani per riprodurre esattamente i riccioli barocchi disegnati da Vermexio. Il loro sudore, sotto il sole. Soffiare sulla polvere spazzandola via da maschere e conchiglie per controllarne la perfezione. E poi, alla fine, portare la donna o i figli in piazza a fargli vedere cosa si è stati capaci di fare.
Poco distante c’è l’
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in un teatro da ventisei posti. Pendo dalle labbra di Orlando e Rinaldo, dovrei rassicurare le bambine ma sobbalzo con loro durante il terribile combattimento contro Gradasso.
La compagnia è a gestione familiare, sei persone da quello che un tempo era un gruppo di trenta. Nessun finanziamento, nessun aiuto. Il vecchio teatro dichiarato inagibile da quasi vent’anni e dunque la necessità di adeguare una stanza di proprietà del capofamiglia. Il furgone per gli spostamenti messo in vendita, che andare in giro costa troppo. Il sig. Vaccaro (Saro?) mi racconta tutto questo con leggerezza, ironia e un sorriso interrotto da ponti fatti dalla ASL.
Poi Noto, decorata come una torta nuziale. Dentro la
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mi commuovono i dettagli dei fiori, del pelame degli animali. Quei segni hanno intrappolato il tempo. Il gesto di un momento si è tradotto in un frammento di eternità. Mi chiedo quanto ne fosse consapevole il loro artefice. Me lo immagino lavorare col pennello fino, serio serio e alla fine soddisfatto senza darlo a vedere.
Guardando i
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, con le mensole antropomorfe tutte disuguali, mi figuro il giorno in cui sono stati completati. I commenti del popolino di fronte all’ennesima stravaganza da signori. E poi i bambini cresciuti col timore di quelle espressioni stralunate, oggetto di scherno una volta ragazzi e di consolazione da vecchi, come le cose che c’erano prima che noi fossimo e ci saranno ancora quando noi non saremo più.
Nella storia di famiglia si iscrive la discesa e risalita del canyon nell’
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. Mentre scendiamo centinaia di gradoni in pietra, incontriamo parecchi moribondi che si fermano a riprendere fiato lungo la via del ritorno. Io e mio marito ci guardiamo, forse ci toccherà portare su le bambine in spalla. E invece no, perfino la piccoletta si accontenta di tenermi per mano mentre saliamo. Per non farle sentire la fatica, converso con lei di caramelle e pupazzi di peluche, la invito a raggiungere quel fiorellino per annusarlo o quell’insetto per vedere cosa sta trasportando. La sua codizza bionda oscilla sulla nuca tenerissima e sudata.
Al ritorno osservo l’altipiano solcato da file e file di
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. Raccontano la storia antica e faticosa del lavoro manuale. Della tradizione saggia che dà senso a ogni cosa, così che una pietra scansata per dissodare la terra si fa muro e talvolta casa, recinto, stalla.
In genere lasciamo i posti che visitiamo intorno alle 19, per avere il tempo di una doccia prima di cenare in agriturismo. Ovunque mi trovi, quella è l’ora che preferisco. Il cielo non s’è fatto ancora viola e c’è un’ aria sospesa, da ultimo bagliore prima di calare il sipario. Un’ora così mentre lasciamo l’
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le riassume tutte, con la fetta d’arancia del sole che inzuppa il paesaggio nell’ambra e solo la voce del mare a rigare di verde il silenzio.
Prima di partire visitiamo Palazzolo Acreide. Il
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è interessante, ma non c’è una sola targhetta che aiuti a capire cosa stiamo osservando . Molte cose non sono mappate nella cartina quasi illeggibile che ci dano in biglietteria (‘ma poi all’uscita ce la dovete ritornare, mirraccomando’).
Scoppia un temporale mentre visitiamo le latomie e sarà l’unica pioggia incontrata in queste due settimane. Il profumo della terra e delle piante bagnate è inebriante. Insegno alle bambine come aspirarlo piano e fino in fondo, perchè gli restino ricordi per ogni senso.

Immagini s’illuminano alla rinfusa mentre carico la lavatrice con il bucato del ritorno. La barba e il sorriso da frate di Marco R. Le granite alla mandorla che ci prepara per colazione. La storia della sua cagna, Leucò, che lo ha seguito in giro per l’Italia e passa con noi i suoi ultimi giorni malati.
La golosità inaspettata di mia figlia. La sua faccina quasi nascosta dagli arancini di cui è ghiotta. L’acqua salata della fontana di Siracusa. Il gelato al pistacchio al Bar Blu di Portopalo di Capo Passero. Il barista che a Lido di Noto alza o abbassa il volume dello stereo a seconda che la musica gli piaccia o meno, e mette ‘Johnny and Mary’ che mi rimane in testa fino al ritorno a Roma.
Le folaghe e gli aironi cinerini sul fiume Ciane, nobilitato dalla lucida morbidezza del papiro: a sezione triangolare, non tonda come da noi.
Storie. Pagliuzze. Tasche mai svuotate bene. Resta sempre qualcosa di inespresso, difficile da raccontare. La Sicilia mi toglie le parole, perchè nessuna è adatta. E’ il mio Paese delle Meraviglie, dove mi aggiro ubriaca di emozioni. Di una bellezza resa più struggente dall’essere, a volte, maltrattata.
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MessaggioInviato: Ven Ago 07, 2009 9:28 am    Oggetto: Rispondi citando

La spammata sull' ultimo libro letto si è conclusa con un richiamo ai Virginiana Miller (...blu..., grazie della sorpresa accendisorriso) e un accenno ai viaggi del Commissario che mi hanno portato dritta dritta qui.
Domani vado a riprendermi le figliole dai nonni e Lunedì partiamo per l' Irlanda.
Poi sarà una settimana in Toscana e le vacanze saranno passate, appena prima di una stagione voltapagina per la sottoscritta: Enrico riparte già il 31 Agosto, mentre la cosiddetta 'grande' delle mie bambine inizierà le elementari imprimendo un cambio radicale a orari e ritmi di famiglia.
Così vorrei davvero bermele fino in fondo queste vacanze, assaporarmele all' ultima goccia. Comprerò un quadernetto da viaggio nuovo, di quelli piccoli con la spirale per infilarci la penna.
Servirà per rattoppare la mia memoria bucata e consegnare un riassunto del mio tempo a chi vorrà saperlo.
Mi piacerebbe leggere qui i vostri giorni d' estate, quando tornerò.
Per il momento vi saluto augurandovi buon viaggio e buone letture ma soprattutto begli incontri: la conchiglia più rara e preziosa da raccogliere.
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MessaggioInviato: Dom Ago 16, 2009 1:43 pm    Oggetto: la malinconia dell'ultimo giorno di ferie Rispondi citando

Ecco, ci siamo: anche quest'anno l'ultimo giorno di ferie. Una tortura periodica. Stavolta pure peggio: un preassaggio di quel che mi aspetta me l'ha gentilmente propinato il capo, prima di andarci lui, in ferie: "just a short alignment call before my vacation" mi ha detto giovedì scorso. E invece giù con due (dico 2) nuove attività in aggiunta a quella attuale ("which you'll reduce to 20%" ... ma come, all'improvviso il carico passa da 100% a 20%? Ci credete, voi?). Ovviamente: "to start immediately". Grazie, capo, e buone vacanze eh!
La spiaggia è affollata, il sole implacabile, sudo. Ma non mi va di rientrare, con quello che mi aspetta ... allora propongo alla figlia un gelato, ancora un gelato e un pò di tempo da spendere stravaccati a un tavolino del bar del lido ... tra musica balneare e caffè freddi, ghiaccioli e bimbi urlanti, signore spettegolanti e riviste gossippanti ... domani si ricomincia, con duecento mail da leggere e due nuove attività da startare ... spero nel "6" per mettere immediatamente fine al tutto ... però che tristezza: quando ero adolescente speravo nel "13" per regalarmi un futuro sereno, dopo trent'anni non è cambiato nulla, solo il numero ... e qualcuno ieri mi ha anche augurato "buon ferragosto"! ... mah!

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MessaggioInviato: Dom Ago 30, 2009 5:25 pm    Oggetto: ultime notizie Rispondi citando

fiodor ha scritto:
Ecco, ci siamo: anche quest'anno l'ultimo giorno di ferie. Una tortura periodica. Stavolta pure peggio: un preassaggio di quel che mi aspetta me l'ha gentilmente propinato il capo, prima di andarci lui, in ferie: "just a short alignment call before my vacation" mi ha detto giovedì scorso. E invece giù con due (dico 2) nuove attività in aggiunta a quella attuale ("which you'll reduce to 20%" ... ma come, all'improvviso il carico passa da 100% a 20%? Ci credete, voi?). Ovviamente: "to start immediately". Grazie, capo, e buone vacanze eh!
La spiaggia è affollata, il sole implacabile, sudo. Ma non mi va di rientrare, con quello che mi aspetta ... allora propongo alla figlia un gelato, ancora un gelato e un pò di tempo da spendere stravaccati a un tavolino del bar del lido ... tra musica balneare e caffè freddi, ghiaccioli e bimbi urlanti, signore spettegolanti e riviste gossippanti ... domani si ricomincia, con duecento mail da leggere e due nuove attività da startare ... spero nel "6" per mettere immediatamente fine al tutto ... però che tristezza: quando ero adolescente speravo nel "13" per regalarmi un futuro sereno, dopo trent'anni non è cambiato nulla, solo il numero ... e qualcuno ieri mi ha anche augurato "buon ferragosto"! ... mah!


bè, questa veramente è un'estate che ricorderò ... purtroppo non per le vacanze, che sono scivolate via tra notizie come quelle sopra e novità ancora più avvilenti ... il nuovo capo ha colpito ancora ... si, perchè quelle "due nuove attività aggiuntive" che dovranno occupare l'80% del mio tempo lavorativo (e non) si dovranno svolgere per forza di cose non meglio chiarite, dall'ufficio di Milano. Dunque, la prospettiva di vita futura che ho è la seguente: io a Milano o meglio in qualche buco di monolocale triste (però carissimo ovviamente) in qualche buco di paese triste sulla direttrice nord/nord-est di Milano, moglie e figlia a casa, figlio a Roma (comincia l'università quest'anno) - carico di lavoro ben superiore al 100%, a parare il cu... a molti altri - settimana lavorativa in attesa del weekend con relativo viaggio in auto Milano-Avezzano (700km) il venerdì e inverso il lunedì - il tutto con la prospettiva di spendere più di quello che si guadagna - in un momento della carriera (più di 20 anni di lavoro alle spalle) in cui magari si vorrebbe (e sarebbe un desiderio leggittimo secondo me) rallentare un pò, giusto un pochettino e godersi un pò di più qualcos'altro - invece niente: ti ritrovi a contenderti il monolocale triste a 650Euro + spese con uno studente di 20 anni o con un neolaureato di 25.
Perchè farlo allora?
Non c'è alternativa.
Dopo una vita di lavoro anche ben riconosciuto (a parole) e di ottime prestazioni hai comunque potere negoziale prossimo allo zero almeno in questa nazione, in una ditta come la mia (la filiale italiana ha 13 persone, siamo 1200 in tutto il mondo) e alla mia età. Abbiamo appena passato due turni di licenziamenti e forse ce ne sarà un terzo. Allora devi solo dire: "grazie dell'opportunità che mi offrite!", prendere la valigia e andare.
Che schifo.

Cari compagni di penna (o di tastiera), scusate lo sfogo e la lungaggine.
Capirete se non sarò molto presente nel prossimo futuro.
Spero questo buco dentro vada via presto. Spero di farcela.

Antonio

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MessaggioInviato: Lun Ago 31, 2009 7:56 pm    Oggetto: Rispondi citando

Fiodor hai tutta la mia solidarietà!
per lavoro mi trovo a scorazzare, marchigiano, nelle mie Marche.
Sono proprio ora a Pesaro divagandomi prima di ripartire e papparmi i miei bei 200km quotidiani verso Sud (che quelli verso Nord appartengono già allo "stamattina")
Fino al 2009 "gioco in casa" anche se non mi hanno risparmiato trasferete comunicate il giorno prima per Sardegna, Lazio e Abruzzo. Eppoi non si sa!
Per carità...mi sto facendo la sacrosanta gavetta in quanto assunto (e grazie al cielo) da soli 2 anni...ma avendone 35 a volte ringraziare di avere un lavoro "e basta" ti lascia con qualche spillo nel sedere.
Nel senso...
sono si un privilegiato (anche se tutti gli straordinari non sono stati e non saranno mai pagati...perchè non esressamente richiesti...ma subdolamente pretesi e imposti!) ma a volte mi perdo nel lavoro spersonalizzandomi. la mia vita privata a volte mi sembra una pesca appena ammaccata che la guardi e dici vabbè è ancora gustosa, domani me la mangio ma poi passano tre giorni e si ammuffisce e mi tocca buttarla...
uè...sia chiaro...non sto buttando nulla eh!
è solo una sensazione che a volte provo...anzi...mi scuso anche io per questo piccolo sfogo ma condivido tutto, i più ed i meno
e lo ripeto...sono un privilegiato
ma anche ai privilegiati a volte rode il culo
fiodor
spero anche io che quel buco vada via presto
anzi
ti dirò di più
spero che tu riesca a colmarlo di quanto più ti piace
un abbraccio
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catia




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MessaggioInviato: Mar Set 01, 2009 5:08 pm    Oggetto: Rispondi citando

Quello che mi piace delle nostre discussioni è che spuntano dove e quando vogliono, come i papaveri e i fiordalisi. L' argomento mi sembra degno di maggiore evidenza: che ne dite di continuare a parlarne di là? Vado a piazzare un tavolo, qualche sedia e il vassoio degli stuzzichini (a quest' ora ce vo' ...)
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