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Diario di guerra
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Sharie







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MessaggioInviato: Mar Feb 23, 2010 7:10 pm    Oggetto:  
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Ultimamente quell'album lo ascolto spesso anche io. Forse perché ho troppe ferite sulle spalle ed ho deciso che Shine on you crazy diamond deve essere il manifesto di una rinascita che aspetto. La vita è infame, anche se ti aspetti momenti bui, sono sempre più pensanti di quanto si possano immaginare in un training psicologico che ci aiuti all'idea di affrontare i nostri demoni quotidiani. Stiamo lì, a fissare un punto e a pensare al peggio, sperando di toccare un ipotetico fondo immaginario e trovare le forze per rialzarci presto... e invece un'onda si abbatte su di noi e ci paralizza. Senza respirare, senza più forze per combattere la fisica e risalire, con la famosa spinta del principio di Archimede, restiamo immersi dentro questo mare che genera dolore. Eppure bisogna resistere. Bisognerebbe adottare quel serafico atteggiamento che sommi poeti come Virgilio e Leopardi attribuiscono alla ginestra che si piega davanti alla smisurata forza della natura, resistendo silenziosamente, e non spezzandosi mai.

Coraggio!!!

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Voi ridete di me perchè sono diversa. Io rido di voi perchè siete tutti uguali.
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MessaggioInviato: Mar Feb 23, 2010 7:10 pm    Oggetto: Adv






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fiodor








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MessaggioInviato: Ven Mar 05, 2010 11:45 pm    Oggetto:  04 marzo 2010
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Diario di Guerra – 04 marzo 2010


Una mail secca, quasi più insopportabile per la sua brevità che per il contenuto.
“domani e per qualche giorno non saro' in ufficio, purtroppo mio marito non sta assolutamente bene e devo stare con lui in ospedale, Miriam.”
Inviata alle 11 di sera, evidentemente collegatasi da casa.
Miriam non è una milanese tipica, che in nome dell’efficienza magari risparmia sulle parole considerate “superflue”. Se ha mandato quel messaggio così diretto, freddo, ridotto all’osso della sola comunicazione utile è perchè è provata, esasperata, stanca.
A fine mese Miriam andrà in pensione.
Dopo quarant’anni di onesto, “onorato” (come si diceva un tempo) lavoro,
Vi ho già detto che non è una milanese tipica? Lei non ha pensato: “oddio ora cosa faccio senza andà a lavurà?”. No, lei è tempo che sta pregustando ‘sto periodo della vita, che se lo sta organizzando per bene: finalmente potrà fare quel viaggio continuamente rimandato, occuparsi di quell’altra passione trascurata così tanto finora … e passare più tempo assieme al maritino, finalmente, che fino a oggi: prima i figli poi il lavoro …
Anche il marito ha lavorato quarant’anni.
E’ andato in pensione qualche mese prima di Miriam.
Dopo pochi giorni ha avuto un infarto.
Ora sta ancora combattendo con le complicazioni.
E Miriam appresso.
Ma che razza di scherzo del destino è questo? Si lavora una vita, spesso ingoiando amaro, a volte soffrendo, molte volte sacrificando (tempo, affetti, relazioni, passioni, sogni …) e quando finalmente ci si potrebbe rilassare un pò godendosi in pace i frutti prodotti … patatrac, ti arriva una mazzata del genere?
Ehi, Burattinaio, lassù … questa è un’altra di quelle situazioni che ci devi spiegare … certo ne hai in lista di più serie, ancora … Maria con il suo tumore al seno a 31 anni, per esempio, oppure il polmone canceroso di Lella a 39 o Luciana e il suo linfoma a 27, di anni, o ancora Franco fulminato dall’infarto a 54 … per contare solo le mie … vuoi sapere anche quelle dei miei amici, qui?
Inizia pure da dove preferisci.
Ma inizia.
Spiegaci.
Perchè tu sarai pure infallilbile, però cose come queste noialtri non riusciamo a capirle … per quanto ci sforziamo … no … non riusciamo proprio…

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fiodor








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MessaggioInviato: Sab Apr 03, 2010 9:13 pm    Oggetto:  02 aprile 2010
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Diario di Guerra – 02 aprile 2010


Il tizio dietro è un pò che mi sta appiccicato a una ventina di centimetri dal paraurti. Ha la testa rasata, gli occhialoni da sole e una Ferrari nera. Impaziente flescia, si sposta ora un pò a destra, ora un pò a sinistra. Ma non lo lascio passare.
Io odio quelli in Ferrari. Odio la loro boria, la loro ostentazione di ricchezza. La loro stupidità che gli ha fatto sprecare quella barcata di soldi solo per tirarsela.
Non è che ce l’abbia in particolare con la Ferrari. Odio anche quelli che hanno la Porsche, in particolare “il Cayenne”. Quelli che costringono il panzone dentro spiderini decapottabili ed esibiscono calvizie al vento. Quelli che la Pasqua la passano nella casa in campagna sulle colline senesi, che l’estate la trascorrono nella loro villettina in Versilia, che ogni capodanno si fanno la loro immancabile settimana bianca nella baituccia in Trentino o Val d’Aosta. Quelli che ti invitano a una pizzata nel loro attico al centro. Odio quelle che ogni compleanno fanno una festa con taaaaanti amici, da dover addirittura noleggiare una discoteca intera solo per esibire i loro cellulitici cinquant’anni. Quelli che non hanno guadagnato nulla col sudore della fronte, mai lavorato un giorno nella vita, che non hanno alcun merito, alcuna competenza, men che meno titoli, nessun talento, niente di niente tranne il sapere truffare gli altri, criminali. Bevono, si abbuffano, ridono grassamente, sprecano, accumulano ricchezza su ricchezza, non rendono mai conto a nessuno.
Ormai sono arrivato a 160, il tizio in Ferrari sempre attaccato al culo, sempre più impaziente. A una ventina di metri dall’autovelox, all’improvviso scarto a destra e inchiodo. Lui mi passa velocissimo, finalmente, e si volta a guardarmi. Bravo coglione, così vieni in primo piano nella foto. Vaffanculo, và!

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fiodor








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MessaggioInviato: Mer Apr 28, 2010 12:04 am    Oggetto:  Diario di Guerra – 20 aprile 2010
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Diario di Guerra – 20 aprile 2010

Gli esami non finiscono mai.
Mi siedo al solito posto al primo banco, quello da cui ho seguito l’intero corso. Ho elaborato una strategia: sono venti domande in una sola ora, mica tanto tempo. Bisogna saperlo gestire, il tempo. Alcune domande sono di teoria, altre sono piccoli problemi per cui devi fare dei calcoli. Facile che ti incasini, in quei calcoli, così l’esercizio non riesce e devi riprovarci, perdere altro tempo. Facile che vai in confusione.
Allora: meglio spararsi prima velocemente tutte quelle di teoria, e assicurarsi un numero sufficiente di risposte date, poi affrontare i problemi e i calcoli con più calma.
Quando mi consegnano i fogli, però, mi tremano le mani per la tensione. Decido allora d’impulso di mandare a quel paese qualsiasi strategia e di rispondere alle domande una via l’altra, nell’ordine in cui mi capitano.
Dopo mezz’ora ho finito tutto. Ricontrollato tutto. Fatto bene tutto, ne sono sicuro.
Il respiro ritorna al suo ritmo normale.
Mi sposto col corpo e faccio in modo che Cristina, subito dietro di me, veda tutte le mie risposte. E Martella che sta dietro di lei, e così per l’intera fila.
All’orale becco l’unico ingegnere elettronico in una commissione di ingegneri edili e architetti. Il corporativismo ci fa familiarizzare e partiamo col raccontarci le rispettive carriere. Intanto lui sfoglia svogliatamente l’elaborato d’esame. Non approfondisce. Un pò mi dispiace perchè l’ho fatto veramente bene, quasi desidererei un pò di challenge, divento sfrontato. Poi ritorno sulla terra e mi dico che se proprio non mi vuole domandare nulla, tutto sommato è meglio così. In fin dei conti io devo solo passarlo, ‘st’esame.
Dopo un quarto d’ora di chiacchiere, una domanda me la fa. Io comincio a sciorinare la risposta e se non mi ferma lui gli metto giù tutto il programma.
Si alza, mi dà la mano, mi consegna l’attestato di certificazione e mi fa andare.
All’uscita i colleghi mi ovazionano, mi danno il cinque, si complimentano. Io sono soddisfatto. Subito dopo, la solita autoanalisi. Ero preparatissimo, come sempre. Anche troppo, come sempre. L’efficienza per me è sempre stata minore di uno: lo sforzo di gran lunga maggiore del risultato. Non ho mai capito se faccio così perchè ho un forte desiderio di successo oppure una forte paura di fallire. Essendo pessimista e distruttivo, propendo per la seconda.
Anche all’università, mentre una folla di studenti tentava gli esami con metà, due terzi di programma fatto, e spesso riusciva a cavarne un diciotto, un venti, io non mi accostavo alla seduta d’esame se non avevo assolutamente studiato e approfondito e esercitato tutto. Col risultato che molti in quella folla hanno guadagnato tempo a scapito della votazione. Molto più efficace, oltre che efficiente. In ultima analisi, intelligente.
Io no. Nessuno mi ha fornito il libretto d’istruzioni e allora sono andato a istinto, a sensazione. E ho sbagliato. E sbaglio ancora oggi, uguale. Non è vero che si cambia con l’esperienza, in certe cose non si cambia mai.

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MessaggioInviato: Mar Giu 15, 2010 11:52 pm    Oggetto:  Diario di guerra – 15 giugno ‘10
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Diario di guerra – 15 giugno ‘10

17 minuti di corsa, 3 di camminata, poi altri 17 di corsa e altri 3 di camminata. Totale 40 minuti. Diligente eseguo il programma di allenamento che mi porterà in “facili passi” a prepararmi una maratona a cui non parteciperò mai.
Il bluegrass che mi sparo nelle orecchie cerca di tirarmi su il morale. Così mi riporta alla leggerezza di Dallas, sento sotto le mani il volante della Chevrolet Corsica che dolcemente scivola sulla 75 verso downtown, mentre Peppe continua a riprendere tutto ciò che capita a tiro. Ogni tanto rispolvero quella videocassetta così demodè ormai, la rimetto sù, la respiro quasi ... tu, così prorompente, genuino, che te ne sei andato due anni fa, all’improvviso, senza avvisare, quasi fosse uno dei tuoi scherzi ... avevi solo la mia stessa età.
Il banjoista degli Union Station pizzica le sue corde direttamente nel mio stomaco. Nicola suona il banjo. Sento sulla schiena l’umido del terreno sotto il sacco a pelo quando mi hai trascinato a Ponderosa per la convention di bluegrass, e quando mi hai presentato Beppe Gambetta, e quando Bela Flack e i New Grass Revival ci hanno incantato quella notte che abbiamo preso sonno solo all’alba, e quando dopo tre giorni ininterrotti di strumenti acustici abbiamo desiderato solo puro, duro, sporco metal.
Le palpebre mi si appesantiscono per la stanchezza del viaggio a Barcellona, nella 127 di Genny tutti e tre rannicchati a dormire in una piazzolla sull’autostrada ... un “Marrakech Express” anni prima di Salvatores, e il posto che avevamo progettato di raggiungere che non troviamo e allora decidiamo di fermarci lì, dove siamo arrivati, che tanto intorno a Barcellona un posto vale l’altro ... e le cene al risparmio: “il pane è gratis? E allora: otro pan, otro pan ...”
Passo a Wish you were here. Sento la tua voce, allegra come sempre, che mi urla al citofono: “ok, ok, scendo subito” e invece, al solito, scendi dopo un quarto d’ora ... attraversiamo la piazza, imbocchiamo il corso, quasi corriamo ... sento le occhiatacce degli adulti quasi offesi alla sola vista dei nostri capelli lunghi, si scansano manco fossimo appestati ... a noi diverte tutto questo, quasi lo provochiamo ... abbiamo il mondo in mano, questa è la verità, Enzo, solo che non ce ne rendiamo conto ... sento il liscio della plastica nera che ricopre il disco dei Pink Floyd che stiamo acquistando ... a dire il vero, che stai acquistando tu, le mie finanze non me lo permettono, ma a me va benissimo così ... tra pochi minuti lo ascolteremo sull’ HiFi nella tua stanza che è diventata la nostra tana ... vedo la penombra in cui ci piace così tanto passare ore intere, anche a dir niente a volte ... tu dici sempre: “un amico è quello con cui non ti senti in obbligo di dover necessariamente dire qualcosa ... è bello anche semplicemente starci assieme in silenzio”.
Quanto mi mancano i miei amici, quanto mi manca la mia vita passata. Che è passata senza che me ne rendessi conto, come in un film mal riuscito, visto in uno di quei cinema fatiscenti di periferia ... esco, è quasi il tramonto, vedo il muro scrostato, il cartellone strappato, resti di foto e scritte sul marciapiede poi portati via da un soffio improvviso di vento che alza la polvere e mi costringe a chiudere gli occhi ... la colonna sonora è il tema dei Vitelloni.
Io vado a vela, ormai. Dove vuole il vento. E se cambia mille volte, mille volte cambio io. Non ho più una direzione preferenziale, non so più quale direzione prendere, non riesco più a capire in quale direzione andare. L’impotenza mi si aggrappa alle spalle e me le fa curvare, mi pesa sulla testa ... mi fa male al collo. Io non riesco più a risolvere nulla. Per quanto mi sforzi, per quanto cerchi soluzioni, non riesco. La gente non mi ascolta più, non mi prende in considerazione più. O forse io non riesco ad applicarmi con la stessa energia di prima. E’ quasi un anno che sono in esilio, per esempio, e non sono stato ancora capace di mandare questi pazzi dove meritano e trovare una diversa strada. E questo non perchè avessi avuto insuccessi: è che non ho avuto neanche controparti disposte semplicemente ad ascoltarmi. Una battaglia persa a tavolino, senza battagliare, d’ufficio. Il modo più deprimente di perdere una battaglia perchè quando perdi una battaglia così ci perdi in realtà anche la faccia.
Perciò, navigo a vela, ormai. Ho mollato il timone. Se c’è bonaccia paziento, aspetto ... indolente. Se c’è burrasca, meglio così almeno mi diverto un pò. E se dovesse (finalmente?) arrivare l’onda anomala ...

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MessaggioInviato: Ven Ott 29, 2010 12:11 am    Oggetto:  Diario di guerra – 28 ottobre ‘10
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Diario di guerra – 28 ottobre ‘10

Il Crotalo è sconfitto.
La guerra non è finita, però. Altri nemici sono apparsi nel frattempo.
Ma: il Crotalo è sconfitto.

The Owl.

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fiodor








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MessaggioInviato: Gio Nov 11, 2010 10:54 pm    Oggetto:  Diario di guerra - 11 novembre '10 - Volevo fare la rockstar
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Diario di guerra – 11 novembre ‘10 - Volevo fare la rockstar

Volevo fare la rockstar.
Rovinarmi le dita sulle corde della chitarra, ore e ore di scale e riff. Al punto da perdere sensibilità, una coperta spessa e dura sui polpastrelli. Al punto che le dita volano da sole sui tasti. E i bending sono maledetti e precisi. E i pull-off sono sorprendenti e squillanti. E il plettro salta sulle corde, non fallendo un colpo.
Volevo fare la rockstar.
E iniziare il concerto sul palco completamente buio. Poi, un riff di basso inizia a volume molto basso, poi in crescendo, e intanto un faretto illumina solo il bassista. E poi si aggiunge il batterista: prima piano piano, poi in crescendo. E poi entro io col mio riff lancinante e graffiante. Al culmine dell’intro musicale, una pausa da 4/4, tutto il palco di nuovo al buio. Poi, come una stella che esplode, partiamo tutti e non ci fermiamo più. Grande concerto!
Volevo fare la rockstar.
E vivere da nomade, un concerto qui, uno là. Poi in sala d’incisione, poi una jamming session. La birra col resto della band prima di salire sul palco. E decidere assieme la scaletta, tirando a sorte. E cenare alle tre del mattino tutti assieme, poi rimettersi in viaggio per la prossima tappa e dormire nel pullman.
Volevo fare la rockstar.
E scrivere i testi dei nostri pezzi. L’importanza di vivere, non fingere di farlo. Di dire no. Di non abbassare la testa, di lottare. Di gioire e amare. Di emozionarsi. Di sognare, soprattutto. Di mantenersi bimbi. Di rispettare e pretendere rispetto. Anche, aprire gli occhi e quando è il caso (e, secondo me, oggi è il caso) di prendere il fucile e andare sulle montagne. Resistenza!
Volevo lanciare messaggi.
Volevo fare la rockstar.
Faccio l’ingegnere.
Meglio dire che faccio l’impiegato, rende meglio l’idea. Con tutto il rispetto.
Vivo in uno stanzone a luce artificiale di cinque metri per quindici, in uno di quei famigerati cubicoli eretti sull’altare del dio open-space. Con una decina di altri sventurati. Ci pestiamo i piedi e massacriamo le orecchie quando siamo più di due in conference call, il che accade praticamente di continuo. Abbiamo cuffiette wireless, così ci vedi andare in giro per quei cinque metri per quindici mentre parliamo all’aria, girando come bestie in gabbia ... e infatti, lo siamo in gabbia. E, secondo me, anche un pò bestie. Beviamo caffè da macchinetta che ci ricorda, se va bene, strani intrugli orientali. Se va male ... lasciamo perdere. Pranziamo a base di 4 salti in padella dissurgelati al momento, che davvero ci fanno saltare l’intestino. Mi aspetto che prima o poi a qualcuno spunti all’improvviso dalla pancia il mostriciattolo di Alien.
Il mio lavoro, in due parole, è: calmare clienti incazzati e far lavorare colleghi indolenti. I miei capi dicono che questo si chiama “Operations management”. E che io sono, infatti, un manager. Avrei dovuto dire: (tattaratàtà) un MANAGER. Bello. Molto altisonante. Quando poi si spingono fino a dire che sono: (tattaratàtà) un LEADER, bè allora ... guarda: sbrodolo dalla felicità.
La sera (perchè non si riesce mai a smettere in orario decente) mi incolonno ad altri disgraziati e passo passo, ma proprio letteralmente passo passo, rientro in una casa vuota. Vado in bagno, infilo il pigiama, chiamo casa per la checklist quotidiana. Poi mi preparo la cena. Che il più delle volte vuol dire aprire una scatoletta e contornarne il contenuto con qualche sott’olio. Se sto in vena, magari mi regalo anche un biscotto, un pezzetto di cioccolato. Vano tentativo di alleviare ‘st’ amarezza di sottofondo.
Qualche sera torno a imbracciare la chitarra.
Stasera provo una scala. Una semplice, di base: provo la scala blues in La. Viene male, soffoco alcune note, il mignolo non spinge come dovrebbe e quella nota mi esce sgraziata, come storta. Con la destra non alterno pennate in giù e in sù, mi incasino. Provo un pezzo delle Orme. Il riff viene, bene o male, ma servirebbe la chitarra d’accompagnamento. Mi manca la mia batterista. E poi: il basso. Ragazzi, se avete suonato sapete che si può suonare assieme, ma è solo quando entra il basso che il suono diventa quello di una band.
D’accordo, lascio perdere e la chitarra ritorna sul suo stand.
Ve l’ho già detto?
Io volevo fare la rockstar.

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fiodor








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MessaggioInviato: Ven Mar 11, 2011 12:10 am    Oggetto:  Diario di guerra – 9 marzo ’11 – Aix-en-Provence
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Diario di guerra – 9 marzo ’11 – Aix-en-Provence

21 in punto. Mi bruciano gli occhi. Il francese davanti mantiene il limite dei 110, manco fossimo ancora da quella parte. E’ un pezzo che abbiamo attraversato la frontiera e perciò, insolitamente patriottico, gli piazzo i fanali sul culo. Paziente come lo si può essere con i matti, lui scarta di lato e mi lascia infilare, frenetico, nel corridoio. Non che avessi chissà quale urgenza di rientrare. A casa mi aspetta una cena fredda e solitaria. E’ che mi rode buttar via dodici ore di auto per due ore di riunione. Quanta vita triturata sul totem del dio-cliente. Così affondo, ‘fanculo gli autovelox. Poi però un po’ rallento. E’ che approccio quasi Genova (ciao, Fede!) e qui la A10 si trasforma in una gimcana impazzita, prima di sterzare all’improvviso verso nord e inerpicarsi, quasi sonnolenta, direzione Milano.
Aix-en-Provence è proprio come dice Brizzi: “Ma l’hai visto che cazzo di posto? Puta madre! Non è una città, è un ricovero di pensionati…” (Enrico Brizzi, Bastogne, 1996, Baldini & Castoldi). Il mio giudizio è distorto dall’uso che ne faccio di ‘sti posti dove vado errando, agnello sacrificato al business: sei ore di auto sulla schiena, cena a precotti al ristorante dell’hotel, dormiveglia tra guanciali scomodamente soffici, sveglia alle 6:30, colazione di plastica con caffè annacquato, riunione preparatoria, poi: riunione col cliente-pranzo col cliente-riunione col cliente seconda parte e rientro con sei ore di auto sulla stessa schiena di prima. Dunque, proprio niente Aix-en-Provence. Ciononostante, è proprio un posto del cazzo. Stanco. Delle ore di auto sulla schiena, delle riunioni preparatorie, di ‘sto lavoro, di ‘sta vita di cui non ci ho capito granchè. E Francesco oggi ha rifiutato un 18. E bisogna parlare con Laura che è stata così colpita dalla storia di Yara. E speriamo che la nuova terapia di Nunzia funzioni bene. E che si fa, Laura la iscriviamo a Milano o ad Avezzano per il liceo? E che succede quando questi giapponesi ci acquisiscono? E quando si saprà qualcosa? E perché non riesco più a suonare? E perché non ho più tempo per correre? Come mai non ho più voglia di scrivere? Stanco. Pompo al massimo lo stereo. Il suono mi stordisce, non mi fa pensare. Bello. L’attacco di The Unforgiven è incredibile, devo provarlo. Ma se non suono quasi più … mi manca il fiato … stanco … e se proprio in mezzo a questa gimacana mi riposassi, se chiudessi gli occhi, solo un attimo … tanto stanco … solo un attimo … per vedere se poi è tanto difficile morire … dai, così … il francese dalla sua posizione arretrata nota con solo un secondo di ritardo la traiettoria scomposta, quasi sgraziata e si attacca al clacson … riprendo di scatto sia coscienza che corsia e vado … mancano ancora quasi due ore e mezza per casa.

fiodor

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gwenog








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MessaggioInviato: Ven Mar 25, 2011 12:20 am    Oggetto:  
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Madonnuzza bedda, Anto', che paura... pur sapendoti sano e digitante, mi hai fatto prendere uno spavento!
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fiodor








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MessaggioInviato: Mar Mar 29, 2011 12:23 am    Oggetto:  
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gwenog ha scritto:
Madonnuzza bedda, Anto', che paura... pur sapendoti sano e digitante, mi hai fatto prendere uno spavento!


... sono attimi, Fede ... di riposante incoscienza ... o meglio, non di incoscienza: si tratta di cosciente forzata inattività, soprattutto mentale ... una specie di oblio ... cioè: non è come un colpo di sonno. E' come vedessi un film al rallentatore, con la colonna sonora azzerata: ti accorgi che stai lasciando andare, eppure osservi tutto in terza posizione senza un movimento, come fossi in trance ... penso sia una reazione del mio organismo.
Anni fa mi è capitato di svenire di frequente. Chessò, succedeva qualcosa che magari richiedeva la mia attenzione, o una mia azione, o che mi preoccupava particolarmente e ... sbam, io svenivo. Mi capitava di giorno, di notte ... il medico mi disse che dovevo ritenermi fortunato, perchè era il mio organismo che mi proteggeva. Cioè: quando il livello di stress cui ero sottoposto superava un certo limite, visto che io coscientemente gli permettevo di superarlo, il mio organismo metteva le cose a posto e mi "forzava" un riposo: mi metteva letteralmente steso, mi faceva svenire!
Penso che ora mi stia accadendo qualcosa di simile: non svengo più, ma rimango "coscientemente inattivo".
Mah ....
Antò

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Maigret








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MessaggioInviato: Sab Lug 02, 2011 4:14 pm    Oggetto:  
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mi viene da dire una sola cosa su questo diario di guerra: downshifting
leggi ADESSO BASTA di Simone Perotti, ed. ChiareLettere
io facevo più o meno la stessa vita e ci ho dato un taglio
non così drastico come si racconta nel libro ma sono sulla buona via
un po' di esperienza è narrata sul mio blog
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fiodor








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MessaggioInviato: Sab Lug 16, 2011 11:46 pm    Oggetto:  
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Maigret ha scritto:
mi viene da dire una sola cosa su questo diario di guerra: downshifting
leggi ADESSO BASTA di Simone Perotti, ed. ChiareLettere
io facevo più o meno la stessa vita e ci ho dato un taglio
non così drastico come si racconta nel libro ma sono sulla buona via
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grazie del consiglio, ho dato un'occhiata al blog: interessantissimo, mi sa che ci tornerò spesso ...
fiodor

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Maigret








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MessaggioInviato: Dom Lug 17, 2011 2:33 pm    Oggetto:  
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fiodor ha scritto:
Maigret ha scritto:
mi viene da dire una sola cosa su questo diario di guerra: downshifting
leggi ADESSO BASTA di Simone Perotti, ed. ChiareLettere
io facevo più o meno la stessa vita e ci ho dato un taglio
non così drastico come si racconta nel libro ma sono sulla buona via
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grazie del consiglio, ho dato un'occhiata al blog: interessantissimo, mi sa che ci tornerò spesso ...
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grazie, spero ti sia utile per spunti e idee di cambiamento
ti segnalo anche dello stesso autore la continuazione di adesso basta cioè Avanti Tutta. Il fenomeno è in crescita ed è molto discusso, a volte discutibile, ma non si può comunque ignorarlo. Prima snobbato, adesso all'attenzione di media, sociologi e politici ma va preso con le molle, come tutto ciò che riguarda cambiamenti forti nella propria vita e richiede tanto tempo per la sua realizzazione.... ma il tempo è proprio ciò che avanza una volta prese certe decisioni. Io prima non avevo mai tempo, adesso devo inventarmi qualcosa per riempire le mie giornate...ma mi sto riprendendo la mia vita e la mia libertà
buona domenica

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Quando avevamo tutte le risposte ci hanno cambiato le domande
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